A proposito del rapporto tra visione e visibile, tra realismo e pittorialismo, tra tecnica e arte in fotografia.
Quello che segue è un interessante paragrafo tratto da un saggio di Didi-Huberman che ho trascritto dall’introvabile Storia della fotografia di Lemagny-Rouillé.
La Sansoni non se ne avrà dato che è fuori catalogo da anni (qualche tempo fa ne ho vista una copia su Mare Magnum o eBay a 150 euro).
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LA «VERA RETINA DELLO STUDIOSO»
Georges Didi-Huberman, da “La fotografia scientifica e pseudoscientifica”, in Storia della fotografia, curato da Jean Clude Lemagny e André Rouillé, Sansoni Editore 1988
È quindi un’epoca, il 1870-1914, in cui la fotografia è considerata l’utensile assoluto delle scienze d’osservazione. «La lastra fotografica, dice l’astronomo Janssen, è la vera retina dello studioso» (1). Albert Londe amplia questa concezione affermando che «in molti casi una semplice immagine che parla agli occhi la dirà più lunga di una descrizione completa» (2).
È possibile chiedersi, a buon diritto, in che modo una fotografia possa «dirla più lunga», cioè andare al di là, fornire un supplemento alla descrizione, per completa che sia.
«Non si può pretendere di aver visto realmente qualcosa prima di averlo fotografato»: questa celebre frase di Émile Zola esprime un’immensa speranza nella conoscenza del mondo visibile. La fotografia non solo riproduce tutto ciò che l’occhio vede, ma fa vedere tutto ciò che l’occhio non vede. E’ vero che la lastra fotografica non è sensibile agli stessi raggi della nostra retina (3). Ma questa particolarità non è solo di natura fisico-chimica perché investe tutta una problematica della costituzione del sapere mediante la strumentalizzazione del del vedere. È quindi un fatto teorico; di più, un fatto di civiltà.
Una delle maggiori conseguenze di questo fatto di civiltà sarò di provocare una scissione, di cui l’articolo di Baudelaire del 1859 ha già fissato i termini — la fotografia come la «vendetta imbecille dell’industria sull’arte»(4) — di cui il periodo 1870-1914 mostra tutta la concreta ampiezza. Questa scissione si potrebbe sintetizzare così: l’assoluto-l’ideale. L’assoluto fotografico (obiettività, neutralità, scientificità) distrugge l’ideale (l’ideale dell’arte e della scientificità dello sguardo). Walter Benjamin sembra riprendere (pure spostandone i termini) l’idea di questa scissione: la fotografia, consegnando l’immagine al potere della sua riproducibilità tecnica, «comincia a sostituire su tutta la linea il valore culturale». Cioè la fotografia sarebbe «per essenza» scientifica, e il suo intervento fondamentale nella cultura della fine del XIX secolo potrebbe riassumersi in queste parole: fine dell’aura, fine dell’esperienza «unica» e soggettiva dell’oggetto, fine del suo valore culturale, o, più sommariamente, religioso (5).
Ma in realtà questa opinione — ripetuta tanto spesso che è considerata banale — non si giustifica né in relazione con l’analisi di Benjamin (molto più fine, molto più complessa) (6) né in relazione con le pratiche fotografiche così come si sono sviluppate, in campo scientifico, fra il 1870 e il 1914. La fotografia è certo uno strumento d’obiettività straordinariamente fecondo; ma il progresso o la fecondità di uno strumento tecnico non si misurano in base al suo automatismo o alla giustezza della sua determinazione; si misurano anzi in basa alla sua indeterminazione(7). Ora, la fotografia, è innanzitutto uno strumento di sperimentazione, cioè mette in evidenza la variabilità o la relatività dei fenomeni visibili, non la loro stretta «positività».
Ma la scienza, a quel tempo, è ancora «positiva» o positivista, ciò che in molti casi implicita un notevole divergere fra un discorso scientifico sicuro della positività dello strumento (è visibile nella fotografia, perciò è vero) e l’esperienza di documenti fotografici spesso azzardosi, a volte aberranti.
Il fatto è che la speranza profonda — accanita, perfino forsennata — degli scienziati del tempo è di rendere fotograficamente visibile tutto ciò che loro sfugge, tutto ciò che al di là della visione naturale: ciò che è troppo vicino o troppo lontano, ciò che è nascosto nelle pieghe del corpo, ciò che è trasparente, ciò che scompare — e perfino l’anima… Come se vedere ciò che scompare fosse, in qualche modo, un nuovo «ideale» della fotografia scientifica alla svolta fra il XIX e il XX secolo.
NOTE
1. Citato da Albert Londé, La photographie moderne, Masson, Parigi 1896
2. Ibid.
3. Albert Londé, La photographie dans les arts, les sciences et l’industrie, Gaulthier-Villars, Parigi 1898
4. Charles Baudelaire, «Le public moderne et la photographie» (1859), in Ouvres Complètes, Gallimard, Parigi 1975-1976
5. Cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966
6. Si confronti il testo sopra citato con «Sur quelques thèmes baudelairiens» (1939), in Charles Baudelaire, un poète lyrique à l’apogée du capitalisme, Payot, Parigi 1982
7. Cfr. G. Simondon, Du monde d’existence des objects techniques, Aubier-Montaigne, Parigi 1939












Da qualche tempo giravano rumours sull’imminente uscita di un disco “perduto” di Deathprod. Non è così, ma la ristampa di Your naked ghost comes back at night di On riporta alla luce una produzione in cui il contributo di Helge Sten va ben oltre l’affinamento di effetti e volumi.







