La «vera retina dello studioso»

febbraio 9, 2010 di afeeblelight

A proposito del rapporto tra visione e visibile, tra realismo e pittorialismo, tra tecnica e arte in fotografia.
Quello che segue è un interessante paragrafo tratto da un saggio di Didi-Huberman che ho trascritto dall’introvabile Storia della fotografia di Lemagny-Rouillé.
La Sansoni non se ne avrà dato che è fuori catalogo da anni (qualche tempo fa ne ho vista una copia su Mare Magnum o eBay a 150 euro).

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LA «VERA RETINA DELLO STUDIOSO»
Georges Didi-Huberman, da “La fotografia scientifica e pseudoscientifica”, in Storia della fotografia, curato da Jean Clude Lemagny e André Rouillé, Sansoni Editore 1988

È quindi un’epoca, il 1870-1914, in cui la fotografia è considerata l’utensile assoluto delle scienze d’osservazione. «La lastra fotografica, dice l’astronomo Janssen, è la vera retina dello studioso» (1). Albert Londe amplia questa concezione affermando che «in molti casi una semplice immagine che parla agli occhi la dirà più lunga di una descrizione completa» (2).

È possibile chiedersi, a buon diritto, in che modo una fotografia possa «dirla più lunga», cioè andare al di là, fornire un supplemento alla descrizione, per completa che sia.

«Non si può pretendere di aver visto realmente qualcosa prima di averlo fotografato»: questa celebre frase di Émile Zola esprime un’immensa speranza nella conoscenza del mondo visibile. La fotografia non solo riproduce tutto ciò che l’occhio vede, ma fa vedere tutto ciò che l’occhio non vede. E’ vero che la lastra fotografica non è sensibile agli stessi raggi della nostra retina (3). Ma questa particolarità non è solo di natura fisico-chimica perché investe tutta una problematica della costituzione del sapere mediante la strumentalizzazione del del vedere. È quindi un fatto teorico; di più, un fatto di civiltà.

Una delle maggiori conseguenze di questo fatto di civiltà sarò di provocare una scissione, di cui l’articolo di Baudelaire del 1859 ha già fissato i termini — la fotografia come la «vendetta imbecille dell’industria sull’arte»(4) — di cui il periodo 1870-1914 mostra tutta la concreta ampiezza. Questa scissione si potrebbe sintetizzare così: l’assoluto-l’ideale. L’assoluto fotografico (obiettività, neutralità, scientificità) distrugge l’ideale (l’ideale dell’arte e della scientificità dello sguardo). Walter Benjamin sembra riprendere (pure spostandone i termini) l’idea di questa scissione: la fotografia, consegnando l’immagine al potere della sua riproducibilità tecnica, «comincia a sostituire su tutta la linea il valore culturale». Cioè la fotografia sarebbe «per essenza» scientifica, e il suo intervento fondamentale nella cultura della fine del XIX secolo potrebbe riassumersi in queste parole: fine dell’aura, fine dell’esperienza «unica» e soggettiva dell’oggetto, fine del suo valore culturale, o, più sommariamente, religioso (5).

Ma in realtà questa opinione — ripetuta tanto spesso che è considerata banale — non si giustifica né in relazione con l’analisi di Benjamin (molto più fine, molto più complessa) (6) né in relazione con le pratiche fotografiche così come si sono sviluppate, in campo scientifico, fra il 1870 e il 1914. La fotografia è certo uno strumento d’obiettività straordinariamente fecondo; ma il progresso o la fecondità di uno strumento tecnico non si misurano in base al suo automatismo o alla giustezza della sua determinazione; si misurano anzi in basa alla sua indeterminazione(7). Ora, la fotografia, è innanzitutto uno strumento di sperimentazione, cioè mette in evidenza la variabilità o la relatività dei fenomeni visibili, non la loro stretta «positività».

Ma la scienza, a quel tempo, è ancora «positiva» o positivista, ciò che in molti casi implicita un notevole divergere fra un discorso scientifico sicuro della positività dello strumento (è visibile nella fotografia, perciò è vero) e l’esperienza di documenti fotografici spesso azzardosi, a volte aberranti.

Il fatto è che la speranza profonda — accanita, perfino forsennata — degli scienziati del tempo è di rendere fotograficamente visibile tutto ciò che loro sfugge, tutto ciò che al di là della visione naturale: ciò che è troppo vicino o troppo lontano, ciò che è nascosto nelle pieghe del corpo, ciò che è trasparente, ciò che scompare — e perfino l’anima… Come se vedere ciò che scompare fosse, in qualche modo, un nuovo «ideale» della fotografia scientifica alla svolta fra il XIX e il XX secolo.

NOTE
1. Citato da Albert Londé, La photographie moderne, Masson, Parigi 1896
2. Ibid.
3. Albert Londé, La photographie dans les arts, les sciences et l’industrie, Gaulthier-Villars, Parigi 1898
4. Charles Baudelaire, «Le public moderne et la photographie» (1859), in Ouvres Complètes, Gallimard, Parigi 1975-1976
5. Cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966
6. Si confronti il testo sopra citato con «Sur quelques thèmes baudelairiens» (1939), in Charles Baudelaire, un poète lyrique à l’apogée du capitalisme, Payot, Parigi 1982
7. Cfr. G. Simondon, Du monde d’existence des objects techniques, Aubier-Montaigne, Parigi 1939

Mini-Chart 2009 (in ritardo)

febbraio 5, 2010 di afeeblelight

Non so quantificare le centinaia (migliaia?) di release che nel 2009 sono transitate su questo hard-disk. E sicuramente qualcosa di buono sarà andato irrimediabilmente perduto mentre, preso da ascolti effimeri ma di un certo impatto, non riservavo la dovuta attenzione proprio a quei dischi di valore meritevoli di ben altra considerazione. Ma purtroppo, i tempi sono questi, non solo per la musica. Si dice che bombardati dalle immagini si finisca per vedere il mondo appiattito su una sola dimensione, senza profondita, rischiando la cecità; allo stesso modo, sommersi dai suoni, si rischia di diventare duri d’orecchie, e sordi.

Quella che segue è una (tardiva) lista in ordine sparso dei dischi più ascoltati nel 2009. I generi variano, e la qualità, inevitabile quando si mescola tutto, pure. Sono assenti anche grandi, colti nomi che hanno pubblicato, come sempre, lavori interessanti. Ma ripeto, qui ci sono solo quelli che ho ascoltato con maggior frequenza e soddisfazione. It’s only about the experience.

Andrew Chalk & Daisuke Suzuki – In Faxfleet Clouds Uplifted Autumn Gave Passage To Kind Nature (Faraway Press)
Andrew Chalk - The Cable House (Siren)
Leyland Kirby – Sadly, The Future Is No Longer What It Was (History Always Favours The Winners)
Alva Noto – Xerrox Vol.2 (Raster Noton)
Telefon Tel Aviv – Immolate Yourself (BPitch Control)
Animal Collective – Merryweather Post Pavillion/ Fall Be Kind (Domino)
On – Your Naked Ghost Comes Back At Night (Type)
William Basinski – 92982 (2062)
Fire! – You Liked Me Five Minutes Ago (Rune Grammofon)
Martyn – Great Lenghts (3024)
Junior Boys – Begone Dull Care (Domino)
2562 – Unbalance (Tectonic)
Fever Ray – S/T (Rabid)
Infinite Body – CMBCMEINAPTD (Tear Drops)
Schackleton – Three Eps (Perlon)
Kevin Drumm – Imperial Horizon (Hospital Productions)
Alog/Astral Social Club – Split Series N20 (Fat Cat)
Oren Ambarchi – Intermissions (Touch)
Blues Control – Local Flavour (Siltbreeze)
Biosphere – Live At The Arnolfini, Bristol (Touch)

Un’infinità di altri buoni dischi non rientrano nella lista, compresi vari dronismi del boom tangerin-carpenteristico e postnoise-ambiental-metallismi. Tra questi Oneotrix Point Never, Emeralds e qualche altro si sono distinti, ma alla prova dei fatti, a mio modesto parere, mancano ancora di qualcosa; di Pax Titania invece, uno dei miei preferiti, non sono riuscito a recuperare l’ultima cassetta su Catholic Tapes, ma dai vari estratti che ho ascoltato in giro credo si tratti di un ottimo lavoro.

In coda, aggiungo anche i film usciti al cinema in Italia (che ho visto) che mi sono piaciuti di più:

Nemico Pubblico di Michael Mann (capolavoro assoluto)
Two Lovers di James Gray
Antichrist di Lars Von Trier
The Wrestler di Darren Aronofsky
Il Nastro Bianco di Michal Haneke

Slezione piuttosto scontata.
Tarantino e Coppola non mi sono piaciuti. Herzog sì, ma non troppo.

66 Poplar Court

febbraio 1, 2010 di afeeblelight

Quello della fotografia è un universo ricco di riflessi, interiori o provenienti dall’ambiente esterno. Affascina ogni volta la ricerca di rimandi all’una o all’altra sfera, siano essi intenzionali o casuali e inaspettati. Questo perché l’interesse dello spettatore è stimolato esattamente da ciò che avviene in questa zona interstiziale, dove si fissano momenti del rapporto in divenire tra la riflessività-percezione dell’autore e il caso-manifestazione degli eventi.

Marco insegue tra i riflessi dell’ambiente domestico le mutevoli relazioni che si instaurano tra superfici e agenti di luce, facendosi allo stesso tempo testimone e artefice di apparenti momenti di chiarezza in cui, attraverso la mediazione della dimensione interiore, si manifestano le incontrollabili tensioni tra condizioni e luoghi diversi, evidenziando in tal modo la analoga natura oscillatoria del movimento tra contingenza e essenzialità dello stesso atto fotografico.

Quelle che seguono sono alcune delle fotografie esposte a Pisa lo scorso autunno, con lo statement di accompagnamento.

”La serie “66 Poplar Court” è composta da foto scattate all’interno del mio vecchio appartamento di Londra, un ambiente piccolo, circoscritto e tutto sommato grigio. Partendo dallo studio degli spazi e dell’illuminazione in diversi momenti della giornata nel corso del Settembre 2008, le immagini raccolte fissano dettagli che pur essendo specifici di tale ambiente ne rappresentano al tempo stesso “eccezioni”: riflessi e metamorfosi sulle e delle superfici, “apparizioni” temporanee dalla durata di ore così come di pochi secondi. Ciò che ne risulta sono fotografie che se da una parte riproducono fenomeni specifici di un determinato luogo, dall’altra suggeriscono la tensione esistente tra desiderio di definire il mondo e impossibilità di darne una qualsivoglia lettura definitiva.”
Marco Paltrinieri


Alog / Astral Social Club FatCat Split Series #20 (12″, 2009, Fat Cat)

dicembre 26, 2009 di afeeblelight

Il nuovo episodio della Fat Cat Split Series mette spalle a spalle due dei principali rappresentanti dello sperimentalismo di frontiera degli ultimi anni, Alog e Astral Social Club, e consegna ai posteri un probabile oggetto di culto.

Janek Schaefer, Pan American, James Plotkin, Pimmon, Merzbow, Team Doyobi, Gescom, Ultra-red, Fennesz, David Grubbs sono solo alcuni dei nomi comparsi, in oltre 11 anni, nella storica serie di 12″ dalla custodia forata, la cui prima uscita risale al lontano 1998 quando l’etichetta di Brighton rappresentava uno dei più ambiti accessi all’allora ristretto universo della distribuzione indipendente internazionale.

Oggi la Fat Cat è una realtà di ben altre dimensioni. E’ cresciuta negli anni seguendo le evoluzioni di quel mercato musicale che essa stessa ha contribuito da protagonista a edificare insieme a un pugno di altre etichette che, a partire dalla metà degli anni ‘90,  si sono per prime dimostrate sensibili ai mutamenti in corso nel panorama independente, avviato allora ad aprirsi a un nuovo ciclo di sperimentazioni e commistioni di genere che di li a breve avrebbe investito e trasformato l’intero discorso musicale contemporaneo. E lungo questo rischioso percorso di allargamento a un pubblico più vasto ed eterogeneo, a differenza di altre label che lentamente si sono smarrite, si è dimostrata capace di differenziare le sue proposte conservando, accanto a uno spirito attento al nuovo, una certa capacità di selezione critica. Attitudine, questa, che ha reso la serie di split una sorta di storia, traccia, dell’evoluzione dei suoni più influenti degli ultimi dieci anni.

Lo split n#20 conferma questa tendenza statutaria della serie e chiama in causa due tra le realtà più interessanti dell’improvvisazione di frontiera degli ultimi anni, portandone felicemente alla luce sorprendenti affinità. Di fatto l’accoppiata funziona e la fotografia sul momento espressivo è eccellente. Gli echi di un’infinità di produzioni si inseguono attivando un lavorio intertestuale che lascia emergere nitidamente certe derive dello spirito del tempo.

Il lato n°40 (la numerazione segue l’evoluzione dell’intera serie) contiene 3 tracce legate di Astral Social Club, progetto solista di Neil Campbell (Vibracathedral Orchestra), che confermano la volontà dell’inglese di continuare il percorso intrapreso con Neon Pibroch, lanciato a tutta velocità verso lo scontro frontale tra improvvisazione rock ed elettronica (in preda a uno schizofrenico delirio folk-psichedelico/post-techno). Cercando dei riferimenti immediati e sufficientemente descrittivi mi viene da pensare a una jam tra Black Dice, Animal Collective, C Spencer Yeh e Axolotl, durante la quale ora l’uno, ora l’altro, emergono dall’insieme.

Il lato n°39 è invece degli Alog, noto duo norvegese di casa Rune Grammofon (Phonophani, Deathprod, Ultralyd), i quali presentano una sola, lunga, eccezionale traccia profusa di tutti gli elementi che li contraddistinguono (improvvisazione, elaborazione software di suoni provenienti da oggetti di vario tipo, melodie malinconiche e cangianti ), in una progressione in crescendo di ritmiche mutanti e elaborazioni di campioni vocali sapientemente controllate, dall’eloquente titolo Every word was once an animal. Il tutto tenuto insieme da un giro di basso e una linea di synth terribilmente ispirati che con andamento sinusoidale si spingono incessantemente verso climax ritardati e mai raggiunti spostando costantemente la tensione verso l’alto.

Lo split a mio parere è notevole in primo luogo per la sua capacità, forse imprevista, di offrire, attraverso il lavoro di due soli, benché importanti, progetti musicali, una sintesi dello stato attuale di un certo filone di sperimentazione e improvvisazione cresciuto negli ultimi anni. Essenziale il contributo degli Alog, in particolar modo per coloro che hanno apprezzato il loro ultimo album Amateur.

On – Your naked ghost comes back at night RE-CD (2009, Type)

novembre 7, 2009 di afeeblelight

On - Your naked ghost comes back at nightDa qualche tempo giravano rumours sull’imminente uscita di un disco “perduto” di Deathprod. Non è così, ma la ristampa di Your naked ghost comes back at night di On riporta alla luce una produzione in cui il contributo di Helge Sten va ben oltre l’affinamento di effetti e volumi.

On nasce dalla collaborazione tra Sylvain Chauveau, pianista/chitarrista francese con all’attivo lavori su Type e Fat Cat, e Steven Hess, percussionista di Chicago vicino a Mark Nelson (Labradford, Pan American). L’idea distintiva del progetto è quella di realizzare delle convenzionali registrazioni in studio per poi passarle in seguito ad una terza persona che ne esegua una sorta di remix, aprendo così il modello ad un’ulteriore dimensione contributiva.

Nel 2003 i due registrano del materiale e invitano Helge Sten (Deathprod, Supersilent) a rielaborare il tutto in fase di mixaggio. Il risultato è un album in cui la presenza del produttore norvegese inabissa (stilisticamente e musicalmente) il resto al punto di rendere difficile, se non impossibile, individuare le intenzioni originali di Chauveau e Nelson, i cui suoni, sommersi da riverberi e feedback provenienti con assoluta evidenza dall’armamentario deathprodiano, scompaiono dietro una fumosa coltre disperdendosi in lontanza. Dalla tremante apertura di Your Naked Ghost Comes Back At Night And Flies Around My Bed, allo sferragliare di lamiere increspate da venti sordi e sotterranei di Facade; dall’enigmatica In The Forest Of The Night (in cui l’eco delle percussioni riaffiora come dal fondo di uno stagno trafitto da sbiaditi e mortiferi raggi di luce), fino alla lunga, litanica The Lonesome Poetry Of Mark Rothko (il cui evocare un progressivo avvicinamento a spazi interiori sembra fare eco al titolo), Your Naked Ghost Comes Back At Night è un denso, nebuloso, scuro movimento di allontamento dalla realtà fattuale verso dimensioni trascendenti. Ed è proprio in questa potenza espressiva che e si apprezza la grandezza e l’unicità dell’apporto di Helge Sten (qui nella fase più ispirata della sua carriera, la stesso in cui vedeva la luce quello che è forse il suo, scurissimo, capolavoro Morals and Dogma), capace con apparente naturalezza e percepibile spontaneità di intromettersi nel subconscio dell’ascoltantore suscitando un altissimo grado di apprezzamento senza il ricorso a eccessivi virtuosismi o a trovate sfacciatamente di maniera.

Uscito inizialmente nel 2004 su Les Disques Du Soleil Et De L’Acier (etichetta che per prima ha dato visibilità alle brevi composizioni neo-minimaliste di Sylvain Chauveau) l’album era ben presto finito fuori catalogo. Adesso la Type lo ripropone (con grande merito) in una doppia versione CD/2xLP che restituisce l’ultima produzione di Sten sotto lo pseudonimo Deathprod, realizzata lo stesso anno in cui la Rune Grammofon ne eresse il monumento in vita compilando il monolitico box set contenente tutti i lavori, da Reference Frequencies all’enorme, e precedentemente citato, Morals And Dogma.

Your naked ghost comes back at night è un disco che si potrebbe definire, con un ossimoro, di una immobilità fluida, e per tale ragione necessita di ripetuti ascolti perché i detriti che si trascina dietro possano sedimentarsi. Il mio suggerimento è quello di spendere un pò di tempo “di fronte” a quest’opera onde evitare di non coglierne l’assoluta essenzialità.

Dicotomie fordiane

novembre 6, 2009 di afeeblelight

Loro

In mezzo

Noi

Love As a Duel

ottobre 30, 2009 di afeeblelight

Dance

Kill

Die

Bruce Gilden – A beautiful catastrophe

ottobre 7, 2009 di afeeblelight

Se la storia della fotografia è anche una storia di punti di vista sul mondo, il valore e l’eccezionalità del contributo di Bruce Gilden acquista un ruolo di assoluto rilievo. BG è sceso tra la gente, ma non per documentarne la condizione, piuttosto per coglierla di sorpresa e sformarne il pacifico vivere quotidiano. La sua attenzione si è rivolta spesso verso quei mondi grotteschi, eccessivi e marginali che prendono vita nelle strade e nei quartieri delle metropoli, e soprattutto della metropoli per eccellenza: New York. Una città-universo dove tutto anche agli occhi di molti non americani appare familiare, contemporaneo per elezione; luogo di irradiazione di sguardi che alterano e modellano il riflesso stesso del reale.

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Autoritratto

Il flash della Leica di Bruce Gilden ha congelato esseri sgraziati le cui impressioni hanno aderito alla sfera del linguaggio fotografico e forzato i canoni della fotografia di strada. Come un sociologo è rimasto sempre fedele all’indagine sul campo alla continua ricerca della spontaneità, paradossalmente, raggiunta spingendo l’invadenza fino all’indecenza. Trasformando il mondo davanti a sé, partendo dalla sua Brooklyn, in un grande teatro di posa dove gli attori sono comparse in primo piano mentre suo è il duplice ruolo di regista e protagonista.

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Da "A beautiful catastrophe", powerHouse Books, 2005

Sul sito della Magnum alcune foto dalla serie A beautiful catastrophe e un profilo di Bruce Gilden.

Pax Titania

ottobre 5, 2009 di afeeblelight

Ho scoperto Pax Titania un paio di anni fa con la cassetta su Hanson Records Cult of the Colonist. Non ho trovato altro. A mio parere è stato tra i primi a riscoprire synth e drum machine alla nuova maniera. L’ultima cassetta è uscita su Catholic Tapes, etichetta praticamente introvabile e da tenere d’occhio, su cui è apparso anche un altro gruppo che ho scoperto di recente, i Piss Piss Piss Moan Moan Moan.

Ho letto che nel 2008 PT ha partecipato al NoFun festival di Giffoni. Dunque probabilmente sono io poco informato ed è già una star dello spacey. Anyway. Su YouTube si trova una performance live abbastanza recente e di ottima qualità, che qui segnalo. Alti livelli. Mi piacerebbe vederlo dal vivo.

James Ferraro – Clear/Discovery LP

ottobre 1, 2009 di afeeblelight

ferraro-clearJames Ferraro ormai è noto anche come solista, ma lo è stato ancor di più come metà Skaters in coppia con Spencer Clark, che fino a qualche tempo fa hanno rappresentato lo stato dell’arte del noise/abstract/drones californiano. In solo Ferraro si è sempre mosso su territori inusuali, attirando spesso le critiche anche degli avvezzi alle più bizzare  stramberie musicali. Lo-fi disco, sonorità tropicali, colonne sonore di b-serial e cheapmusic varie sono la matrice dei suoi loop degenerati e ossessivi, ovviamente macinati con gli effetti più (a)vari(ati). Il tutto sullo sfondo di un immaginario che frulla ogni luogo comune mediatico della California tamarra da porno-film, dal macho e bikini sul lungo mare di Long Beach ai giovanotti Ray-Ban e Lamborghini, a cui si innestano le kitcherie e gli esoticismi più disparati.

Iperprolifico dietro diversi alias (tra cui di recente K2, con l’ottimo carpenteriano Chamaleon Ballet), Ferraro sembra interessato soprattutto ad indagare le possibili mutazioni della dimesione temporale di lunghi e ridondanti loop di chitarra, synth, batteria, per creare accostamenti tematici che nell’insieme ricordano qualcosa di simile agli accompagnamenti dei peggiori spot televisivi di prodotti dimagranti e creme solari. Il risultato è senza dubbio interessante, e rivela una consapevole attitudine protesa verso il pastiche culturale, in chiave punk e apertamente losangelino.

I due lp, precedentemente disponibili solo in versione cd-r e nel mercato nero dell’mp3, sono pubblicati separatamente (ma potrebbero tranquillamente formare un doppio, come è evidente dalla scelta della stessa grafica per entrambi) dalla Holymountain, e sono forse le uniche produzioni disponibili in vinile invece che negli usuali formati cassetta/cd-r.