Gli Autechre tornano con un album di dimensioni epiche che segna una nuova svolta nella carriera del duo di Manchester.
L’annuncio dell’uscita di un nuovo album degli Autechre crea sempre una grande aspettativa in quelli che, come il sottoscritto e molti di coloro che hanno iniziato a interessarsi più seriamente alla musica intorno alla metà degli anni ’90, dal duo di Manchester (progetto Gescom compreso) hanno ricevuto un imprinting fondamentale.
Adesso, con nove album e dieci ep alle spalle, Rob Brown e Sean Booth riescono nuovamente a spingere l’elettronica pura e radicale, quella data per finita con l’avvento prima del suono minimale, poi con il ritorno delle chitarre e con una nuova era di sperimentalismi elettroacustici e contaminazioni di ogni tipo, al di là dei suoi limiti ormai considerati insormontabili e definitivi, dimostrando una coerenza fuori dal comune al di sopra di ogni moda, e una convinzione musicale dall’incrollabile stoicismo.
La carriera degli Autechre del resto è fatta di svolte più che di idiosincrasie. Dopo avere rappresentato il lato oscuro e meccanicistico della Artificial Intelligence nei primi anni ’90, ponendosi come contraltare di Aphex Twin (Incunabula/Amber/Tri Repetae), e successivamente ispirato un’intera generazione di IDMmers elevandosi ad una dimensione pressoché cultuale (soprattutto con il trittico Chiastic Slide/Envane/Lp5); dopo il movimento in avanti di Ep7, che qualcuno a suo tempo definì teso “verso l’incomunicabilità”, e la conseguente discesa accelerata nel sovraffollamento di layer e articolazioni ritmiche post-tutto degli ultimi album, con Oversteps siamo di nuovo di fronte ad uno spostamento, una ridistribuzione degli elementi. Perché gli ingredienti restano invariati, cambia il dosaggio. Le strutture ritmiche si fanno più regolari e meno aggressive, e le melodie riemergono dalla coltre di frequenze sotto alla quale hanno in gran parte giaciuto per un decennio.
Dicevamo che quest’ultimo album segna una nuova svolta. Ep7 aveva rappresentato la scelta di allontanarsi da un genere ormai istituzionalizzato che cominciava a produrre epigoni, e che di lì a poco, tranne alcune eccezioni di qualità, si sarebbe di fatto trasformato in quell’IDM di maniera che ancora nei primi anni del 2000 raccoglieva intorno a se un certo numero di seguaci, e che oggi sembra sopravvivere in piccole nicchie sparse qua e là. Questo allontanamento, seppur inevitabile, non era stato senza conseguenze, e il sacrificio della componente emozionale sottostante alle inconfondibili macchinazioni melodiche aveva creato un certo vuoto di consenso (ma non di rispetto, sempre trasversale questo e al di sopra del giudizio di gusto), e reso più difficile l’avvicinamento di nuovo pubblico.
Oversteps è in questo senso la riemersione dal lungo percorso sotterraneo di esplorazione dei limiti dell’articolazione ritmica sondata fino alla disintegrazione e all’autismo in ogni sua possibile direzione, da Confield a Quaristice (2001-2008). A missione completata, con la consapevolezza di aver spinto la propria ricerca in territori inesplorati, adesso il suono può tornare a respirare, i synth distendersi e concedersi scorrerie quasi-pop, gli arpeggi carillon ritrovare spazio. Una rinnovata e vigorosa vena creativa può insinuarsi tra gli impulsi alla distorsione e al beat mutante, integrando alla perfezione elementi di repertorio e ispirazioni inedite in un quadro più inclusivo e aperto nei confronti dell’ascoltatore, senza ritorni al passato né cedimenti al panorama generale.
Come sempre, la scelta dei nomi delle tracce è lato macchina, con i consueti e criptici anagrammi, formule chimiche, equazioni, tipici del linguaggio autechriano. Il suono è invece al contrario evidentemente umano, e il controllo della produzione assoluto. Inutile aggiungere che si tratta di un disco essenziale da parte di uno dei nomi più importanti della musica contemporanea.
Musicalmente parlando il 2010 non poteva iniziare in modo migliore. Dopo il capolavoro postumo di Yellow Swans, arriva il lungo atteso ritorno alla melodia degli Autechre. Sono quasi commosso.