Minor White e l’iperreale simbolico

Una breve trascrizione dalla Storia della fotografia di Beaumont Newhall riguardo all’approccio del “grande mistico” della fotografia americana del secondo dopoguerra, nonché grande teorico e tecnico sopraffino, Minor White.

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La tradizione della fotografia pura diretta è chiaramente riscontrabile nell’opera minuziosa e meticolosa di Minor White. Fortemente influenzato dalle lunghe conversazioni con Stieglitz, White approfondì la teoria sugli “equivalente” come mezzo per esprimere o tradurre in una forma visiva il mondo iperreale. Egli definì la fotografia come un miraggio e l’apparecchio fotografico come una macchina capace di produrre metamorfosi:

«Per passare dal tangibile all’intangibile è stato spesso d’aiuto il paradosso. Perché il fotografo possa svincolarsi dalla tirannide dei fatti visivi dai quali dipende completamente, il paradosso è l’unico strumento possibile. E il paradosso-talismano per la fotografia unica, incomparabile è lavorare sullo “specchio della memoria” come se fosse un miraggio, e l’apparecchio fotografico una macchina capace di fare metamorfosi, e la fotografia una metafora… Una volta liberatosi dalla tirannide delle superfici e delle strutture, della sostanza e della forma, il fotografo potrà raggiungere la verità dei poeti.»

Sulla scia di questo programma, la meta che White si prefisse fu di fare fotografie che andassero oltre il soggetto. Ciò che appare in superficie, pur essendo d’importanza secondaria, è essenziale, ma l’immagine deve esser trasformata in un evento nuovo, che deve essere scoperto da chi guarda. Trovare il significato intimo che il fotografo si è prefisso non è facile.  A proposito della fotografia The Three Thirds, White scrisse:

«L’identificazione del soggetto può essere così casuale che occorre un titolo per far capire che vale la pena di sforzarsi per avere un’ulteriore esperienza dell’immagine. La fotografia The Three Thirds esige questo titolo perché l’immagine, di per sé, non informa: ha un significato soltanto se il soggetto è trattato come una sorta di piuolo sul quale appendere, in questo caso, simboli autonomi, indipendenti: guardando da sinistra a destra, le nuvole nella finestra intese come la giovinezza; le sbavature di malta sotto le asticelle del rivestimento come gli anni maturi; i vetri rotti come la vecchiaia. Quale capriccio del caso ha portato il fotografo a questo risultato proprio nel momento in cui la continuità della nascita, della vita e della morte era il suo pensiero predominante ed egli segretamente sperava di riuscire a materializzare i suo concepire ciascuna delle tre condizioni come la terza parte di un’esperienza? Fu questa sua necessità che diede luogo alla metamorfosi.»

White accettò il casuale: il suo saggio Found Photography è una profonda analisi non solo del suo modo di accostarsi alla fotografia, ma anche del suo processo spirituale.

Da Storia della fotografia, Beaumont Newhall, 1984, Einaudi, pagg. 386-387

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Questa è la fotografia in questione:

Minor White / The Three Thirds, 1957, Gelatin Silver Print, 15.7 x 23.8 cm

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